Heart-disk

Beh, diciamo la verità: mi è mancato il cellulare e il suo obiettivo stamani: me lo sono dimenticato acceso ieri sera e stamani era svenuto. O forse no: forse certe immagini non si possono fotografare se non nel cuore, e finché non ideeranno un heart-disk lì dovranno rimanere. Così magari ci si deve sforzare un po’ per riprendere l’uso di quella pratica ormai in via di oblio che è il linguaggio verbale.

Sono tornata a casa che ancora ero sospesa fra terra e cielo.

Alla fine della Messa c’è stato il rituale omaggio alla statua del Bambino Gesù, che volevo guardare un po’ meglio negli occhi, ma avrei rallentato la fila. E poi via alla tastiera a suonare musiche natalizie così a orecchio, come mi pare. Alla fine Don Antonio col Bambino in braccio si è diretto con passo spedito in fondo alla chiesa, ma non ci ho fatto caso, dico ci sarà qualche anziano che non si può muovere…

Ho capito quando anche per me è arrivata l’ora di andar via: in fondo, su una panca appoggiata al muro, una signora anziana sì ma dal viso luminoso di felicità stringeva il Bambino fra le braccia. E lo guardava negli occhi, che avevano lo stesso colore dei suoi, estasiata. E sembrava che anche lui la guardasse, che si abbandonasse a lei come un bambino guarda la mamma, lo conosco bene quello sguardo, e lo ricordo come fosse ora, potrebbero passare anche mille anni…

“Rivedo i miei figli quando erano piccoli” sussurrava sorridendo con le lacrime agli occhi, mentre una donna seduta accanto a lei le cingeva le spalle con un braccio ed altri intorno trattenevano a stento la commozione.

Non so chi è, non so perché, non conosco la sua vicenda che posso solo intuire a grandi linee, ma l’emozione non ha bisogno di storie.

Io devo essere rimasta a bocca aperta per non so quanto, che il tempo non contava più, ma avrei prolungato all’infinito quel senso di beatitudine che circondava quella Madonna col Bambino, quell’appagamento dei sensi così diverso dal ritmo di quei giorni di festa festaiola: che bel regalo di Natale! È la seconda volta che te lo dico: grazie, Gesù Bambino!

Slurp

Lo sai come si mangiano le fave no? le prendi con due dita, anche tre, scottandoti, dai un morsino in fondo e con le dita ustionate la schiacci, ed esce la fava pulita, senza la buccia. Le ho preparate alla moda mia, chiedendo consigli a tutti e facendo come mi pare: la sera prima si mettono a bagno (parlo di fave secche), poi il giorno dopo si colano e se ne prende la metà, che sembrano poche, ma a gonfiare e riempire un tegamone un ci vòle nulla. Allora, le ho coperte abbondantemente d’acqua, ci ho messo una carota, un pezzo di cipolla e una bella quantità di finocchietti tritati che io li compro a mazzi e poi li trito e poi li surgelo. Ah, e anche un pezzo di prosciutto che si mangia su su a casa, quando un si sa cosa fa’, il che un succede praticamente mai. Sale, grosso, una manciatina senza esagera’ perché col prosciutto il sapore ce l’hanno, e si mettono a bollire. A me mi c’hanno messo nemmeno un’ora. Ogni tanto le assaggiavo, tanto son bone anche crude si fa per di’, e al momento giusto l’ho spente. Ora la casa profuma come le case sarde di quelle sarde sarde, e un vedo l’ora d’anda’ a tavola ma è ancora presto.

‘Tito, come si dice noi.

Anastasia

Non ho voglia di prendermi l’hardisketto attaccato al pc ed attaccarlo al portatile dove sono ora, poi se lo rimetto al pc mi fa storie, mi dice che va ripristinato… sicché scrivo direttamente nel blog. Ecco. Perché mi scappa proprio di dire la mia.

Con il televisore acceso tanto per fare compagnia, non passa pubblicità senza vedere Anastasia. Avete presente, quella bambina testimonial suo malgrado di Telethon, che sembra una bambola, finché non vedi il suo respiro, con la boccuccia che si distende e si ritrae, e seguendo la voce narrante capisci di cosa si tratta: condannata a vita da una malattia rara, la Smard1. Ti arrabbi col mondo intero, non puoi pensare alla vita che aspetta quella povera creatura, e magari ti senti anche in colpa se non apri il borsellino o non corri subito al telefono. Ma c’è qualcosa che me lo impedisce: c’è proprio bisogno di far entrare le persone dentro il dolore per convincerle alla beneficenza? C’è qualcosa che rasenta il cattivo gusto nell’esibizione della malattia, si condivide lo stesso anche con un po’ di sano pudore; ho dato spesso il mio obolo senza bisogno di vedere bambini deformi o disgraziati: ci credo sulla parola.

E a proposito di disgraziati, a me la mamma che ha ucciso Loris fa tanta, tanta pena. Sì, dico “ha” e non “avrebbe” perché è stato chiaro fin da quando hanno cominciato a scoprirne le bugie: perché mentire? Mi fa pena perché la pazzia esiste, e quella ci vuole per un atto del genere. Magari si è anche dimenticata tutto. Forse. Non sono medico né psicologa, e non so molto della mente umana, ma qualcosa di sofferenze ne so. E sono certa che quella donna ha avuto una vita infelice. Ora dicono che non è vero che la famiglia la rifiutava, che era trattata come una principessa… e due tentativi di suicidio per cosa, troppa felicità? E da ora in poi? La sua vita è finita, peggio che se fosse morta: inutile infierire, gridarle “assassina”, anche da parte di gente che se sta in galera ci sarà un perché.

La miseria della vita.

Quella che mi fa sentire fortunata, non importa quanti soldi o quanti acciacchi ho: nulla in confronto. Quella che mi fa salutare il tramonto ogni sera, ammirare le strane forme e i colori delle nuvole. Anche se non trovo il tempo per suonare il piano, anche se non ho ancora un posto dove insegnare musica, i progetti mi riempiono sempre la mente e il cuore.

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I mucci

Ritorno al futuro. Beh, veramente sarebbe ritorno al passato, ma qualcosa mi dice che il futuro in questo caso si possa nascondere da qualche parte per poi spuntare fuori a sorpresa.

E il telefonino si spegne e non si accende più. Poi scopri che cambia data, così, come gli pare. Allora lo reimposti. E quando non ci pensi più ricomincia. Ma c’è anche l’auricolare, che tu sei fra quegli strani individui che invece di guidare l’auto con la mano sinistra e con la destra attraversarti la faccia e appoggiare tranquillamente il telefonino all’orecchio sinistro, in rotonde incroci e sorpassi, te povera scema – a Pontedera si dice “broda” – ti metti un congegnino all’orecchio destro e ti basta un leggero tocco del dito indice per rispondere e per chiudere. Però, diciamoci la verità, il bluetooth non ti cuoce quanto un telefonino appoggiato al cranio…

Ecco, a un certo punto, non contento della tua attenzione per l’ecologia e per la tua salute, il tuo auricolare ti avvisa che non funziona più: “Bip!”, e te aspetti, perché se non arriva il secondo, di bip, vuol dire che quell’aggeggio all’orecchio è un’inutile appendice. Devi spegnere il cellulare e riavviarlo, e se gli pare si riprende. Se gli pare.

Allora pensi fortemente di prenderlo a calci in quel posto che lui non ha ma glielo faccio venire a suon di pedate, di schiacciare con voluttà sotto i piedi quella specie di scarafaggio bippeggiante appendice di quell’aggeggio di cui sopra, quando – miracolo – tutto riprende a funzionare a meraviglia: ti viene un po’ male disfarti di quegli oggetti infernali quando diventano degli angioletti, e soprassiedi. Finché tutto ricomincia da capo. Sì, ti fa le foto senza bisogno di portarti dietro la macchinetta. Vai su Facebook, che anni fa avresti detto “’ndo vai???”. Condividi, twitti, messengereggi, scarichi la posta, scrivi mail… o se per comunicare con gli altri si piglia un foglio, si scrive con la penna, poi si mette in una busta, si va alle poste e si imbuca? No eh? ma come siamo diventati comodi!

Non si legge più, parlo per me: prima divoravo un libro ogni due giorni. Non si scrive più: ho scatole piene di fogli battuti a macchina con i miei pensieri di tanti, tanti anni.

Forse ci vuole una via di mezzo: magari scrivere e archiviare al pc. Magari smettere di giocare ai vari “saga” e prendersi un libro in mano: ne ho così tanti che non basta una vita! Ci vuole forza a dismettere le cattive abitudini: ma ho smesso di fumare, cosa volete che sia usare l’informatica e non dipenderne?

Dev’essere per questo che ho ripreso in mano il mio “antico” blog, con tre siti che ho certo che un blog mi ci voleva proprio! Ma a questo sono affezionata. Li mucci, tanto per saperlo, sono “i mucci”: “li” in sardo è l’articolo maschile plurale, e i “mucci” sono i funghi di cui il mio terreno in questi giorni è pieno, tanto io sono allergica… il nome certo che ne definisce un po’ la consistenza, ma chi li può mangiare mi ha detto che non sono niente male. Chi li vuole si faccia sotto: ce ne sono a camionate. io intanto mi disintossico scrivendo post.